Aspettavo da tempo un episodio del genere, la puntata dove finalmente sarebbe stato spolpato fino al midollo il personaggio di Abraham Ford, fino a capire quali fossero le motivazioni che lo hanno spinto ad andare avanti, per salvare il mondo.
Forse è questo il motivo per cui non sono troppo delusa dalla puntata, l’avere finalmente una risposta (che inevitabilmente ha portato con sé un’altra terribile domanda), facendomi dimenticare quanto gli episodi stiano diventando tragicamente lenti e monotoni.
Si tratterà di aspettative e pretese troppo alte da parte di un pubblico abituato a tre stagioni di altissimo livello, a personaggi come Shane e il Governatore, così dettagliatamente studiati, con una personalità granitica ben strutturata, ma non riesco a vedere -se non in questo episodio e quello precedenze- circostanze e aspetti relativamente simili.
Finalmente però ci siamo imbattuti in quella che è stata l’evoluzione, non di un villain, ma di un personaggio che Martin definirebbe grigio: un padre che perde la sua umanità, diventando agli occhi della propria famiglia un mostro, capace di uccidere, pur di proteggerli.
Per quanto le motivazioni della moglie siano del tutto irragionevoli durante un’apocalisse zombie, la signora Ford scappa con i bambini, allontanandosi dalla bestia, che non sembra più essere suo marito.
Le mani sanguinanti, ricorrenti in questa puntata, fanno pensare ad una lacerazione interiore, più che fisica, le stesse mani incrostate di sangue impresse negli occhi dei suoi figli, prima che gli venissero strappati via ingiustamente.
Ed ecco l’uomo tutto d’un pezzo che cade, perde qualsiasi motivazione per cui stare al mondo, è solo, in una realtà spezzata, privata da tutti gli equilibri che aveva costruito, un castello perfetto ormai andato perduto insieme con i suoi cari.
L’unica ragione che lo tiene ancora in vita appare poco prima della fatale decisione: Eugene Porter, uno scienziato, che gli promette di avere la cura in grado di salvare l’umanità.
Eugene non rappresenta solamente la cura per il mondo, ma può considerarsi la salvezza per un uomo che non ha più ideali, un uomo completamente ridotto a un involucro senza contenuti.
Abbiamo così un’evoluzione immediata, dopo tutto non è difficile immaginare quanto il suo background possa influire; un militare, incorruttibile e inflessibile, che ha consacrato la sua vita a proteggere i più deboli, diventa una macchina e sposta -quasi manualmente- la sua missione su un altro obiettivo.
Di conseguenza, non riesco a pensare che abbia scelto di portare in salvo Eugene solo perché la sua vita avesse perso ogni significato. La forma mentis del soldato si basa su uno scopo da raggiungere, è una spinta, un moto interno che mette in circolo ogni tassello. Non ha scelto Eugene perché voleva, ma perché sembra che Abraham abbia un tacito accordo con l’universo, nel quale non può smettere di combattere fin quando non avrà compiuto la sua missione.
Non è una scelta, come si può notare dalle sue parole nelle puntate precedenti, è un obbligo morale e salvare il mondo è quasi un upgrade.
In questo contesto mi viene da ricordare le prime parole di Abraham (già si vede che è il mio personaggio preferito?), quando Rick gli chiede “Why are you smiling?”
“Well, I’m the luckiest guy in the world.”, che a rigor della mia logica potrebbero tornare in questo ragionamento. La sua fortuna sta nel fatto di aver trovato nuovamente uno scopo, linfa vitale in quella che è la sua nuova missione.
E cosa succede quando tutto viene a mancare? Quando il mondo comincia a sgretolarsi sotto i suoi piedi?
Ecco che l’eroe cade; il superuomo, il soldato, l’unico che sembrava avere ancora qualcosa per cui lottare davvero, così intransigente contro coloro che si mettevano sul suo cammino (come possiamo vedere negli ultimi minuti dell’episodio), viene meno, facendosi prendere dall’angoscia e dalla disperazione.
L’obiettivo non esiste più, è una menzogna e la macchina va in confusione.
Adesso cosa possiamo aspettarci da questo personaggio, che aveva tentato il suicidio nel vedere i corpi martoriati della sua famiglia?
Quel “We don’t go back. We can’t go back.” è stato minato per sempre?
Probabilmente non avremmo risposte per almeno due episodi, ma lasciatemi spendere un paio di parole per l’interpretazione di Michael Cudlitz, che ritengo sia stata disarmante. La sua espressione sconvolta quando Eugene comunica di non essere uno scienziato, a tratti mi aspettavo che i sottotitoli dicessero #MY LIFE IS MEANINGLESS.
Il dolore di Abraham è palpabile in senso letterale, lo riusciamo a percepire non solo visivamente, ma cresce anche in noi, come un vuoto che ingloba qualsiasi speranza, Cudlitz incarna totalmente così l’ eroe tragico sopraffatto dagli eventi, che al momento non riesce a scorgere alcuna luce. E’ impossibile prevedere cosa aspetterà al gruppo che determinava la salvezza di Atlanta, dell’America e del mondo intero.
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